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RECENSIONI & COMMENTI
GIANNI BERENGO GARDIN,
DONATELLA POLLINI, DOMENICO NANO
I VOLTI DELLA PSICHIATRIA


La storia della psichiatria scrive Franco Basaglia e' la storia degli psichiatri, non la storia dei malati. Nel libro I volti della psichiatria, con le fotografie di Gianni Berengo Gardin e Donatella Pollini si e' cercato allora di raccontare, attraverso le immagini di uomini e di donne, attraverso i loro volti, la storia della psichiatria italiana di questi ultimi quaranta anni, profondamente trasformata dalla legge 180, uno dei pochi eventi innovativi nel campo della psichiatria su scala mondiale (OMS, 2003). I volti di questi uomini e di queste donne, che raccontano storie di vita, disegnano meglio di qualsiasi parola i volti della psichiatria, la sua storia: da quella manicomiale, documentata negli anni Sessanta da Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati in Morire di classe, alla attuale psichiatria di comunita'. Disegnano un percorso tortuoso ma carico di speranze che va dal manicomio alla citta', dall'esclusione all'integrazione, dall'assoggettamento alla cittadinanza, aprendo allo stesso tempo inevitabili domande sui possibili volti della psichiatria di domani: aspetti, questi, analizzati nel libro attraverso il discorso e le riflessioni dello psichiatra Domenico Nano. Problematiche quanto mai attuali nel momento in cui la psichiatria dovra' confrontarsi, nei prossimi mesi, con la sfida della definitive chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari


Silvio Giarda
 
 
THE FAMILY OF MAN
LA MOSTRA DEL SECOLO


Sarà capitato a tutti di visitare una mostra fotografica più meno importante. A qualcuno sarà anche capitato di organizzarne una o più di una e di rendersi conto della complessità di questa attività. Ma è difficile trovare aggettivi adatti a descrivere una mostra fotografica che è stata fondamentale nella storia della fotografia e che ha richiesto un lavoro inimmaginabile, soprattutto considerando il momento in cui è stata realizzata. Ma forse vale la pena di approfondire anche se per farlo dobbiamo tornare indietro di molti anni… per la precisione al 1953. Mentre in quegli anni l’Europa è sostanzialmente impegnata in un lungo e difficile lavoro di ricostruzione delle aree urbane e delle infrastrutture devastate dai terribili bombardamenti bellici, negli Stati Uniti si avverte l’esigenza di organizzare un evento importante a livello mondiale per sottolineare il clima ritrovato di pace e di sviluppo dopo anni di combattimenti e atrocità senza precedenti. La scelta ricade su una mostra fotografica come potente veicolo di comunicazione ed il suo formidabile promotore è Edward Steichen, storico fotografo e Direttore del MoMa, il celebre Museum of Modern Art di New York. All’epoca Steichen è ultrasettantenne ma affronta con l’entusiasmo di un adolescente un’impresa a dir poco epica. I numeri della mostra appaiono subito impressionanti: la raccolta delle immagini permette di arrivare in circa 2 anni a 2 milioni di fotografie, tra le quali vengono ne scelte 503 di 273 autori, famosissimi o del tutto sconosciuti, provenienti da 68 Paesi. Tra gli autori famosi ricordiamo Capa, Cartier Bresson, Lange, Doisneau, Frank, Arbus, ma nessuno emerge come protagonista. Il protagonista vero è l’uomo, come ben sintetizzato nel titolo, che cita una frase di Abramo Lincoln; l’Uomo senza distinzione di razza, origine e cultura, proprio per la sua appartenenza, nel bene e nel male, al genere umano, anche se nella mostra compaiono alcuni evidenti stereotipi. La mostra si articola in numerose sezioni con pochissimi testi di commento sintetici e significativi Per l’allestimento del 1955 viene coinvolto un architetto del Bauhaus, Paul Rudolph e si attinge ai fondi Rockefeller per ben 111 milioni di dollari. L’allestimento è molto innovativo con grandi pannelli sospesi che lasciano intravvedere quelli successivi. La mostra venne realizzata in 5 copie, esposta in tutto il mondo dal 1957 al 1961 e visitata da oltre 9 milioni di persone in un’epoca in cui per vederla occorreva andarci di persona e non semplicemente cliccare su un’icona accattivante come oggi avviene in rete. Il catalogo è stato finora stampato in oltre 5 milioni di copie. Nonostante il grandissimo successo la sua vita non fu sempre facile. A Parigi fu stroncata senza pietà dal semiologo Roland Barthes che vide in essa un falso esempio di pietismo edulcorato, A Beirut fu distrutta durante un’insurrezione palestinese ed in Nigeria fu seriamente danneggiata da uno studente nero che contestava la rappresentazione del nero “nudo e selvaggio”. In Giappone fu esposta senza l’immagine dell’atomica, che riempiva un’intera sala
Anche in questa storia esiste un lieto fine, come nelle migliori tradizioni favolistiche. Si è scoperto che una delle 5 copie esistenti della mostra che ha fatto parlare di sé per oltre cinquant’anni è stata donata dal suo curatore, Steichen, al suo Paese Natale, il Lussemburgo e la si può quindi ancora ammirare, ripescata dalle cantine del MoMa e restaurata, nel suggestivo castello medioevale di Clervaux. Il mito continua.

Silvio Giarda

 
DANIELE GHISLA

Definire Daniele Ghisla un poeta della fotografia, mi sembra la collocazione più giusta per questo fotografo tanto concretamente impegnato nella sua ricerca, quanto estremamente fantasioso nel suo modo di esprimersi.
C'è un mondo particolare, avulso o solo nascosto dalla realtà materiale, che è il mondo dei poeti, dove la fantasia, la creatività, l'irrazionalità, la bellezza, la gioia, il dolore ed un'infinità di altre cose albergano, senza condizionamenti o limiti di tempo, di luogo o di opportunità. Un mondo che può
essere bello od anche brutto, ma sempre affascinante. Vi accedevano un tempo letterati e musi-cisti, ora è diventato familiare anche a pittori, fotografi e cineasti.
Questo è il mondo di Daniele Ghisla, un mondo che la sua intelligenza e la sua sensibilità vanno scoprendo e creando di giorno in giorno, appagando la sua ansia di ricerca ed il suo anelito di libertà della mente, e riversandocelo attraverso una fotografia talvolta misteriosa, ma sempre comprensibile, affascinante e coinvolgente.
Un mondo che, ad un attento esame, si rivela alla portata di tutti ma che la maggior parte di noi non sa vedere o cogliere, vuoi perché distratti da problemi od altri interessi, vuoi perché ancorati al concetto di fotografia intesa come esclusivo o prevalente documento. Ghisla ci fa vedere come, nel mondo del concreto e del banale, un occhio attento ed un animo sensibile sanno cogliere i tratti di una mondo magico e fatato: il mondo dell'irreale e della fantasia.
Un poeta dell'astratto, dunque? Sì e no, direi io. Poeta indubbiamente, astrattista non sempre ed informale non del tutto.
Nelle sue fotografie si coglie sempre una realtà, che talvolta è una trasfigurazione della realtà di tutti, sovente della natura circostante, il più delle volte è una cosa nuova, da lui creata attraverso la ricerca di nuove forme e di nuovi significati con una manipolazione che è solo intellettuale.
Parlando con l'Autore si viene a scoprire quanto lavoro e quanto impegno vi siano dietro alle sue fotografie, specie alle più sconcertanti. Se certe ricerche nel ghiaccio o sulle superfici dei metalli o nel mondo della macro richiedono solo una particolare attenzione, non disgiunta naturalmente da capacità tecniche, gusto dell'inquadratura e della scelta più significativa, le ricerche sulla su-perficie dell'acqua ed attraverso l'acqua destano una particolare ammirazione. Non sono foto ba-sate sull'imprevedibile e l'occasionale, ma sono frutto di studi e previsioni di certi effetti o situazioni che solo la macchina fotografica riesce a fissare nel loro continuo fluire, tale da farle sfuggire all'occhio umano.
Non sta a me, e non ne sono all'altezza, fare un'analisi psicologica sull'Autore, per cercare di capire le motivazioni che lo portano a fare un certo tipo di fotografia. A me, amante della fotografia e convinto assertore del suo primato nel far vibrare le corde dell'animo, basta aver trovato in Daniele Ghisla un fotografo che riesce ad affascinarci ed a coinvolgerci, rendendoci meno miste-rioso e più familiare il suo mondo, e facendoci gustare il sapore soave della poesia, anche nella fotografia.

Michele Ghigo
POESIA DEL MINIMO

AIcuni amano l'idea del progresso e ritengono che anche la fotografia debba continuamente ag-giornarsi. Altri sono legati allo slogan del "buon tempo antico" e considerano equivoco ogni ten-tativo di superarne le poetiche.
Annunciando la "fotografia moderna" io non penso ad un tipo di espressione figurativa che rompa completamente con la tradizione del passato ma, più semplicemente, auspico che il fotografo contemporaneo informi la propria opera a due criteri fondamentali: utilizzare al meglio i procedi-menti di ripresa e di elaborazione che la tecnologia continua a perfezionare ed osservare, con una certa sufficienza, le immagini offerte dai mezzi di diffusione di massa al fine di individuare e sperimentare dei sistemi espressivi che ne sconfiggano la banalità, il luogo comune, lo scontato bozzettismo.
Ma su che cosa deve sperimentare il fotografo? E perché non dovrebbe accontentarsi di rappre-sentare la realtà così come la tradizione iconografica ce l'ha sempre mostrata?
Una delle tante possibili risposte la fornisce Daniele Ghisla, che conduce stimolanti indagini foto-grafiche sui materiali più diversi.
Appuntando il suo interesse su porzioni di materia e sui riflessi di colore che da esse riverberano, Ghisla ci fa partecipi della volontà di superare la divisione tra realismo ed astrattismo.
In questa ottica, le sue ricerche sono riconducibili a quelle di Burri; egli, come il grande artista dell'informale, affina le capacità di tradurre le complesse, tormentate trasformazioni della materia valorizzandone gli aspetti cromatici nascosti.
Ma l'informale di Burri non è l'unica ascendenza che guida l'indagine del nostro fotografo: la con-templazione delle opere ci conduce inevitabilmente a rivisitare il movimento espressionistico astratto americano ed il nostro spirito critico si sofferma, naturalmente, sulle differenze procedu-rali tra l'esperienza artistica, ormai storicizzata, e le nuove figurazioni fotografiche: pittori come Pollock, Rothko e quanti altri hanno operato nella stagione creativa dell’ "action painting" mate-rializzavano degli sgocciolamenti di colore fino ad esprimere uno scivolamento sul piano della sofferenza e dell'angoscia, attraverso una azione gestuale controllata da impulsi interiori; per contro, Ghisla fotografo riflette sulla dinamica degli accadimenti fisici o dei processi di lavorazione sui metalli, individua, inquadra e si appropria dei sottili grafismi creati dalla natura o dalla gestua-lità preterintenzionale dell'artigiano, li ingigantisce e li sottopone alla nostra attenzione.
Noi guardiamo al frutto di queste operazioni con lo stupore di chi scopre materie e geometrie nuove, altrimenti non osservabili, sia per la loro sfuggevole dimensione, sia perché effimere, pronte a scomparire sostituite da nuove impronte di lavorazione.

Giorgio Rigon
AFIAP EFIAP

 
 
LANFRANCO COLOMBO E LA FOTOGRAFIA ITALIANA

Lo spunto per questa conversazione nasce dalla recente scomparsa di Lanfranco Colombo, avvenuta nello scorso mese di luglio. Lanfranco Colombo ha certamente avuto un ruolo fondamentale nella crescita e nella promozione della cultura fotografica italiana anche se il suo nome è principalmente legato alla nascita della Galleria “Il Diaframma” ed alla Sezione Culturale del SICOF.
Per capire meglio però come queste attività si siano realizzate negli anni ’60 e proprio a Milano è opportuno un breve approfondimento del contesto. Il secondo dopoguerra è un periodo particolarmente ricco di iniziative stimolanti che coinvolgono anche la fotografia, in un momento caratterizzato da un generale desiderio di rinascita e di ricostruzione di tutto un mondo distrutto e polverizzato dalla guerra. Nel 1948, in particolare, nasce a Torino la Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche e l’anno precedente vedono la luce due importanti circoli fotografici: La Gondola a Venezia e la Bussola a Milano, che saranno in modo diverso e, per certi versi, complementare, i due cardini di aggregazione delle nuove forze espressive. La Bussola propone la valorizzazione dei valori fotografici fondati sulla grafica e sull’estetica, secondo quanto dichiarato nel manifesto istituzionale pubblicato nel mese di maggio 1947 sulla rivista Ferrania, mentre la Gondola, pur salvaguardando la qualità dei lavori, apre in modo innovativo anche alla fotografia di documentazione, contagiata dalla suggestione dei lavori dei fotografi parigini emergenti o già affermati. A Milano nasce anche il Piccolo Teatro, eccellente e straordinaria creatura di Paolo Grassi e Giorgio Strehler, che avrà un ruolo determinante non soltanto come mero “contenitore” ma come luogo di produzione teatrale originale.
Lanfranco Colombo nasce a Milano nel 1924 da una famiglia di solida tradizione industriale ed inizia a fotografare all’età di 14 anni, dedicandosi negli anni del conflitto ad un’intensa attività di reportage. La sua esperienza documentaria viene rafforzata dall’utilizzo della macchina da presa 16 mm e dalla frequentazione di illustri personaggi come Luciano Emmer, Pietro Germi e Alberto Lattuada. Ottiene interessanti riconoscimenti ai Festival cinematografici di Montecatini e di Trento. Intensa è anche la sua attività sportiva sia come atleta che come organizzatore: nel 1947 fonda la Federazione Italiana Sport Invernali e l’anno successivo la Federazione Sci Nautico, disciplina nella quale otterrà lusinghieri successi tanto da far parte della squadra azzurra e, negli anni successivi diventerà anche segretario dell’Unione Mondiale di Sci Nautico. Proprio su questo argomento scrive anche due volumi di storia e tecnica e fonda una rivista, impaginata da Giancarlo Iliprandi, e molto apprezzata per lo stile innovativo. Proprio allo sci nautico è dedicato il suo primo fotolibro, nel 1959. Passato ad occuparsi della sezione commerciale dell’azienda paterna, non trascura comunque la fotografia, pubblicando due importanti libri come “Cinque rune” con testi di Luigi Crocenzi e “Ex Oriente” con testi di Franco Fortini. Al primo sarà assegnato il premio per il miglior libro di viaggio nel 1963 a Miami, mentre il secondo riceverà il prestigioso premio Nadar nel 1964. Negli anni ’50 intensifica l’impegno nel settore editoriale ed è tra i promotori del Salone del Fumetto a Bordighera, successivamente ospitato a Lucca. Nel 1966 dirige Popular Photography Italiana, nata 9 anni prima come versione nazionale della nota rivista americana. Nello stesso anno crea la Casa Editrice “Il Diaframma” per la stampa di volumi fotografici e nel 1972 la rivista, completamente rivisitata nei contenuti e nello stile, assume da denominazione de “Il Diaframma Fotografia Italiana”.
Nel 1966, durante la manifestazione “Gens d’images” nella piccola isola di Porquerolles in Provenza, Lanfranco incontra Cartier Bresson e decide di aprire una galleria dedicata solo alla fotografia.
In quel periodo nascono nel mondo alcune gallerie dedicate alla fotografia. Nel 1966 viene istituito a New York l’International Center of Photography, nel 1971 la Photographer’s Gallery di Londra. In precedenza, nel 1959 Steinert aveva costituito la collezione fotografica del Folkwang Museum di Essen e nel 1949 a Rochester era stato costituito l’International Museum of Photography.
Nel 1967 puntualmente inaugura la Galleria “Il Diaframma” al n° 10 di Via Brera, a poca distanza dall’Accademia e dal Bar Giamaica, da lui stesso ben conosciuto e frequentato da artisti creativi e dai maggiori protagonisti delle istanze culturali del momento. La Galleria è molto piccola e comprende uno scantinato buio dalle antiche volte di mattoni ed una caratteristica “rotonda” al piano superiore e diventerà presto un punto di riferimento prestigioso a livello internazionale per fotografi e artisti in senso lato. Inaugura l’attività una mostra di Paolo Monti ma la Galleria ospiterà alternativamente fotografi affermati e giovani esordienti, fra i quali alcuni diventeranno dei veri protagonisti come Franco Fontana, Luigi Ghirri, Paolo Gioli e molti altri, tra i quali alcuni legati al nostro territorio come Natale Zoppis, Sergio Efrem Raimondi e Marianna Cappelli. Va senza dubbio riconosciuto a Lanfranco Colombo il merito e il coraggio di aver saputo puntare anche su nomi del tutto sconosciuti ai quali, come ai grandi fotografi, metteva a disposizione la Galleria a titolo assolutamente gratuito. Per quanto la Galleria abbia avuto nel tempo importanti sponsor come Kodak e Canon, molto spesso Lanfranco “integrava” anche di tasca propria, non rassegnandosi mai a rinunciare a iniziative a causa della scarsa sensibilità dimostrata già allora dagli Amministratori Pubblici. E le iniziative procedono in modo continuativo ed esponenziale. Nel 1967 propone la prima antologica di Cartier Bresson al PAC (Padiglione di Arte Contemporanea) di Milano e quindi organizza la Sezione Culturale del SICOF, nella prima edizione al Palazzo della Triennale nel 1969 e successivamente per molti anni presso la sede “storica” della Fiera di Milano.
La Galleria nel 1982 deve lasciare la sede originaria e trasferirsi a poca distanza, al numero 16 sempre in Via Brera, ma ridimensionata nei progetti espositivi. Dopo la chiusura anche di questa sede nel 1996 e dopo aver allestito oltre 600 mostre, Lanfranco proverà ancora ad esporre opere fotografiche ricorrendo all’ospitalità di una Galleria d’Arte nel centro di Milano, lo Studio Lattuada in Via dell’Annunciata 31, inizialmente ancora con la denominazione storica de “Il Diaframma”.
Ma l’energia creativa di Lanfranco non si esaurisce e nascono importanti eventi paralleli come le mostre alla Fiera del Levante di Bari (alternate al Sicof di Milano) e le settimane fotografiche a Sorrento, Terrasini, Orvieto, Aosta, Sestri Levante, il “Portfolio in Piazza” di Savignano sul Rubicone, le mostre a Napoli e Expo Arte di Roma e le numerose mostre estemporanee presso lo Studio Giovenzana di Milano.
La Sezione Culturale del Sicof è rimasta per anni un modello unico ed una dimostrazione di eccellente e poderosa capacità organizzativa al servizio della cultura. Per una settimana di mostre (ma altre erano allestite in tutta Milano per un mese) venivano coinvolti autori ma anche Enti Pubblici, Associazioni, Scuole di Fotografia, Fondazioni, collezionisti privati, Istituti Scientifici, Archivi nazionali e internazionali. Lo spazio della “Pedana” ha consentito a centinaia di fotografi dilettanti di sottoporre le proprie immagini ai migliori autori e critici per raccoglierne valutazioni e consigli, esperienza poi esportata in decine di analoghe manifestazioni in tutta Italia. Negli anni ‘90 il Sicof perde la sezione culturale mantenendo la struttura commerciale e merceologica di settore, oggi ereditata di fatto da Photoshow.
Ma l’attività di Lanfranco Colombo non si è limitata all’organizzazione di mostre ed all’attività editoriale. Personalmente convinto che la fotografia fosse un bene da mettere a disposizione del numero maggiore possibile di persone, ha provveduto a importanti donazioni come quella al Ministero della Cultura della Repubblica Cinese nel 1982 e successivamente a Città del Messico all’Universidad Popular de Puebla ed alla Città di Perth in Australia. Ha anche contribuito in modo determinante alla costituzione della Galleria-Museo Ken Damy di Brescia. Vanno ricordate anche le donazioni di libri ed immagini dal suo immenso archivio al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, all’Accademia Carrara di Bergamo, al Centro di Ricerca Fotografica di Spilimbergo, al Centro di Studi di Arte Contemporanea dell’Università di Parma, alla Fondazione 3M e a molti altri.
Innumerevoli sono stati i riconoscimenti internazionali dei quali onestamente non si è mai vantato più di tanto: Membro dell’International Advisory Council dell’ICP di New York, diretto per lungo tempo da Cornell Capa; Consulente dell’Eugene Smith Memorial Fund; Benemerito della Fotografia Italiana e poi Socio Onorario FIAF (solo due casi nella storia della FIAF); Medaglia Niepce (1975); “Golden Nadel” Photokina Colonia (1980); vari premi dai Ministeri della Cultura della Cecoslovacchia, Yugoslavia e Cuba; “Hood Medal” della Royal Photographic Society (1993); membro della Giuria Internazionale del Premio Bolaffi di Torino; è stato uno dei cinque “nominators” del Premio di Life Annual; premio speciale della fotografia italiana (1996); premio Horus Sicof (1997); membro dei Comitati Scientifici del Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma e del Museo di Storia della Fotografia Fratelli Alinari di Firenze.
Cosa abbia rappresentato la fotografia per Lanfranco Colombo l’ha dichiarato lui stesso:
“Per me è stato investire emozioni e denaro non attendendo ritorni, questo mi dà gioia ancora oggi: un modo sicuro di leggere le persone, quindi la vita. Investire un patrimonio per darlo ed essere felice”. Lanfranco Colombo
E così è stato in effetti per tutta la sua vita, caratterizzata da una straordinaria energia e da un entusiasmo irrefrenabile e invidiabile, che l’ha portato ad essere sempre disponibile e fisicamente presente a innumerevoli eventi e manifestazioni anche nelle più piccole località per portare la sua testimonianza importante e qualificante.


Silvio Giarda